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La via dei Balcani occidentali verso l'UE passa per Trieste!

La conferenza nazionale sui Balcani occidentali del 24 gennaio è stata un passo avanti significativo. Innanzitutto perché si è tenuta a Trieste, riprendendo idealmente le fila del summit del 2017, quando si cominciò a parlare di uno “spirito di Trieste” per rilanciare il processo di allargamento dell'UE ad Est. Ed è essenziale, come è stato fatto, mettere attorno allo stesso tavolo tutti gli ambasciatori italiani nei Balcani occidentali e farli dialogare con il mondo d'impresa, le istituzioni locali e la società civile del nostro “angolo d'Italia a Nord-est”. Un piccolo limite invece era rappresentato proprio da quella denominazione “conferenza nazionale”, che ha preannunciato l'assenza di qualsiasi interlocutore dei Balcani occidentali stessi, ma confidiamo che il confronto con i rappresentanti della riva est dell'Adriatico sia solo rinviato al prossimo incontro, sotto forma però di dialogo esteso a tutte le espressioni della società civile, non circoscritto al livello governativo o di “grand commis” dello stato. Ecco perché la riunione dei ministri degli esteri di tutti i paesi dei Balcani occidentali, da tenersi a Roma, preannunciata dal Ministro degli esteri Tajani, deve essere accompagnata da un lavoro sul territorio, funzionale a ripristinare il clima di “euroentusiasmo” delle popolazioni locali che in questi anni si è sempre più raffreddato.

Una visione troppo ristretta, forse perché concentrata esclusivamente sul sottotitolo della conferenza (“Obiettivi, strumenti e opportunità per il Sistema Italia”), è emersa invece dall'intervento di qualche relatore (si dice il peccato, non il peccatore), che ha usato il termine “regione” in prospettiva nazionale, per identificare la sola Regione FVG (che infatti è sembrato il baricentro del suo intervento) e non nella più ampia accezione sovranazionale di “area geografica”, intendendo quella  dei Balcani occidentali - vera protagonista della conferenza.

Uno degli aspetti più positivi è stata invece la dimensione europea rappresentata – almeno a livello politico - dal Commissario europeo al vicinato e all’allargamento Oliver Varhelyi che ha parlato di Trieste come porta e interlocutrice privilegiata non solo dell’area balcanica ma anche dell'Europa centro-orientale, richiamando l'attenzione sul piano europeo da 30 miliardi di euro per investimenti nei trasporti, nell’energia e nella digitalizzazione proprio nei cosiddetti “WB6”.

In sintesi, bene rimettere in cima alle priorità l'integrazione dei Balcani occidentali nell'UE, ma né il governo italiano né quelli dei paesi balcanici possono fare da soli. Occorre ampliare la prospettiva da un lato verso l'opinione pubblica nei sei Stati interessati, e d’altro verso le Istituzioni europee.  Trieste – e, secondo me, “solo” Trieste – può rappresentare il ponte per far crollare i muri che ancora esistono, anche ricorrendo alle associazioni di cittadini residenti a Trieste ma originari dell'area balcanica che conoscono altrettanto bene le loro realtà di provenienza e l'Italia se non l'UE. Ma ha bisogno dell’investitura dell’UE, ed è il governo italiano che deve impegnarsi per raggiungere questo obiettivo!

Giorgio Perini