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Rassegna stampa di testate nazionali e internazionali a cura di Paolo Gozzi - 19/02

C’è una fotografia (questa) pubblicata a corredo di un articolo della BBC sulla visita di Volodymyr Zelensky a Londra l’8 febbraio scorso che ci fa comprendere istantaneamente come, per prassi e cultura politica, nei momenti più significativi tutto il mondo istituzionale britannico sappia presentare un’immagine di unità: a Westminster, il Primo ministro Sunak e il leader laburista Starmer sono anche fisicamente uno accanto all’altro ad applaudire il Presidente ucraino. Ciò non significa ovviamente che la contrapposizione tra forze di governo e di opposizione non sia dura e la veemenza dei dibattiti ai Comuni ne fornisce quotidiana dimostrazione. Ma è indiscutibile che in tutti gli schieramenti ci sia la consapevolezza dell’esistenza di interessi nazionali che vanno difesi e promossi unitariamente. Un significativo esempio quello fornito da uno scoop del Guardian (leggi) che ha reso conto di una riunione riservata su come correggere i problemi creati dalla Brexit. Alla riunione hanno partecipato esponenti di primo piano dei Tory e del Labour, alcuni favorevoli all’uscita del Regno Unito dall’UE fin dai tempi del referendum del 2016, altri europeisti convinti: tutti consapevoli che la situazione richieda uno sforzo comune.   

 

Immancabilmente, quando si verifica un disastro naturale con perdita di vite umane e distruzione di beni, emerge la responsabilità (o meglio l’irresponsabilità) di chi ha costruito in violazione di norme e divieti, confidando in un condono. È successo recentemente con l’alluvione ad Ischia e, su scala immensamente più grande, con il terremoto in Turchia e Siria. I cittadini che compiono gli abusi sperano di ricavarne un vantaggio, i politici che promuovono le sanatorie cercano trarne benefici elettorali. Prevale l’interesse meschino. È quanto è avvenuto e sta ancora avvenendo in Serbia, dove un’inchiesta indipendente ha portato alla luce l’esistenza di una diffusa violazione delle norme edilizie in particolare a Belgrado, nonostante l’introduzione nel 2015 di una legge che prevedeva la demolizione di qualsiasi costruzione abusiva. Ma con i giusti agganci politici, sono intervenute molte legalizzazioni: teoricamente illegali! Riferisce in italiano sui risultati dell’inchiesta il sito dell’Osservatorio Balcani-Caucasoleggi. Sulla strada dell’adesione all’UE, queste situazioni e il modo in cui la magistratura le affronterà, avranno importanza cruciale.

 

La conferenza sui Balcani occidentali organizzata dal Governo italiano a Trieste poche settimane fa ha fatto ancora una volta da megafono ad un auspicio che in realtà viene formulato da molti anni, senza tuttavia concretizzarsi: l’Italia deve essere protagonista in quella regione. Non si capisce invero perché ai governi che si sono succeduti nel nostro paese da quando la “vocazione” europea dei Balcani è stata affermata dai vertici dell’UE (2003) sia sempre mancata la volontà politica di assumere un vero ruolo guida nel processo di adesione dei paesi in questione. Eppure le premesse per un’iniziativa forte ci sono: l’Italia è partner commerciale di primo piano e gode di un prestigio culturale troppo spesso sottovalutato. Ci sono poi importanti progetti bilaterali che vengono realizzati senza promuoverne un’adeguata visibilità che garantisca ricadute politiche anche a livello europeo. Si prenda ad esempio la costruzione delle due grandi infrastrutture trans-adriatiche di cui ha parlato La Ragioneleggi.

 

La primavera scorsa erano bastate poche settimane a Svezia e Finlandia per abbandonare la pluridecennale neutralità e presentare domanda di adesione alla NATO. Con analoga rapidità le strutture dirigenti della NATO stessa avevano dichiarato che la strada era spianata per tale adesione, salvo venir prontamente contraddette dalla Turchia che annunciava il suo veto contestando la politica dell’accoglienza praticata nei confronti dei curdi. Nonostante le pressioni occidentali, Ankara non ha ancora cambiato parere. La NATO ha rinviato all’estate la decisione sull’ammissione dei due paesi scandinavi (ne ha scritto la piattaforma di notizie News360leggi) ma nel frattempo il ricatto turco sta creando serie difficoltà al governo di Stoccolma. Il partito di destra estrema (Democratici di Svezia), fondamentale per garantire la sopravvivenza dell’esecutivo, potrebbe infatti cogliere l’occasione per proporre l’espulsione dei curdi dal paese. Ne parla, in un’intervista ad Euractiv, l’eurodeputata socialdemocratica svedese Evin Incir (leggi).

 

A Trieste e in Istria, l’adozione dell’euro e l’ingresso nello spazio Schengen da parte della Croazia il 1° gennaio scorso sono stati considerati un’evoluzione positiva che avrebbe facilitato ulteriormente i movimenti e gli scambi in una regione dove i confini sono stati vissuti quanto meno con fastidio. Per l’insieme dei cittadini croati tuttavia, i due ulteriori passi compiuti per la completa integrazione del loro paese nell’Unione europea sono anche fattori di preoccupazione: soprattutto per quanto riguarda l’abbandono della kuna a favore dell’euro. Un articolo pubblicato da Eastjournal fa il punto circa l’impatto che questi significativi cambiamenti hanno avuto sulla vita quotidiana in Croazia, ma anche sulla gestione dei confini: leggi. L’articolo si sofferma anche su una futura novità di cui poco si parla nei nostri media, ma che preoccupa molto e molti al di fuori dell’UE: il Sistema europeo di informazione e autorizzazione ai viaggi (ETIAS), illustrato su questa pagina del sito del Consiglio UE e che andrà ad appaiare il Sistema di ingressi/uscite (EES)qui il Regolamento UE che lo ha istituito.

 

La vicenda del mancato invito dell’Italia (e cioè di Giorgia Meloni) alla cena offerta all’Eliseo dal Presidente Macron a Olaf Scholz e a Volodymyr Zelensky continuerà a riemergere chissà per quanto tempo ancora ogni volta che qualcuno vorrà condannare l’alterigia francese o, viceversa, il precario prestigio dell’attuale Governo italiano. Ci saranno naturalmente occasioni per ricucire lo strappo e le diplomazie non cesseranno di lavorare affinché ciò avvenga il prima possibile. Resta il fatto che anche quando il caso sarà rientrato, l’Italia non potrà realisticamente sperare che il binomio Parigi-Berlino si trasformi in trinomio inglobando anche Roma. Il radicamento politico-culturale dell’asse franco-tedesco è troppo profondo e consolidato per non rischiare di snaturarsi con l’estensione ad un terzo partner. Dopotutto, anche se molto spesso tale asse ha effettivamente agito da propulsore dell’azione comunitaria, come ha (in realtà con intento polemico) affermato la premier italiana, nell’UE le decisioni sono prese a ventisette. Della storia e dell’importanza dell’asse franco-tedesco ha scritto Gianni Bonvicini sul sito dell’Istituto Affari internazionalileggi.