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Rassegna stampa di testate nazionali e internazionali a cura di Paolo Gozzi - 24/03

Perfetta sintonia tra la rassegna stampa di questa settimana che si apre con un articolo di Riccardo Perissich e la conferenza di lunedì 25 marzo al Circolo della Stampa, dove lo stesso Perissich è il principale relatore, dal titolo "La sicurezza europea alla prova del voto (europeo ed americano)". Un appuntamento di sicuro interesse! (Qui il vostro invito). 
 

In vista dell’incontro annunciato qui sopra, si segnala un articolo di Riccardo Perissich del mese scorso apparso su Le Grand Continent (leggi), nel quale vengono toccati i temi al centro di questa iniziativa di Dialoghi europei.

 

La riunione dei ministri dell’industria, tecnologia e digitale del G7 (sotto presidenza italiana) tenutasi a Verona e Trento il 14 e 15 marzo ha ricevuto scarsa attenzione da parte dei mezzi di comunicazione (ne hanno scritto le agenzie, come l’ANSAleggi). Probabilmente gli argomenti in discussione, centrati sulle applicazioni dell’intelligenza artificiale (IA), erano percepiti come troppo tecnici per suscitare un interesse diffuso, anche se bisogna riconoscere che una significativa copertura mediatica è stata invece garantita all’approvazione finale, da parte del Parlamento europeo, del Regolamento che “stabilisce regole armonizzate sull'intelligenza artificiale” (tutti i dettagli sono sul sito del PEleggi). Una prima analisi del testo è già disponibile sul sito Diritto.itleggi. La comunità scientifica riconosce che, adottando per prima al mondo norme vincolanti tanto ampie in materia di IA, l’UE può aver potenzialmente fissato uno “standard globale” (così scrive il sito Techxplore.comleggi). Tuttavia, altri attori quali Cina, USA e Regno Unito si apprestano a loro volta a legiferare autonomamente. Londra in particolare cerca di differenziarsi con disposizioni meno restrittive, come spiega il sunto di una conferenza recentemente tenutasi a Manchester, pubblicato sul sito Shoosmiths.com (leggi).

 

Nelle moderne democrazie di matrice illuminista, basate cioè sulla teoria e la prassi della divisione dei poteri, l’alternanza tra governi conservatori e progressisti è stata il motore della crescita civile ed economica in un quadro di reciproco rispetto e legittimazione da parte delle forze politiche. Tale quadro ha cominciato a scricchiolare con l’avvento al potere di partiti e movimenti di destra radicale, ben rappresentati dal campione della democrazia illiberale Victor Orbán. Tutto sommato, anche l’esigenza di una “madre di tutte le riforme” che modifichi l’assetto costituzionale vigente in Italia, si colloca nella stessa prospettiva. Il fenomeno è sempre più diffuso, come evidenzia un’analisi dell’organizzazione Civil Liberties Union for Europe centrata sul rispetto dello stato di diritto e commentata da Balkan Insight (leggi). Significativo in questo contesto è quanto sta avvenendo in Polonia. Durante la campagna elettorale, l’opposizione guidata da Donald Tusk aveva promesso di ripristinare lo stato di diritto, minato dall’azione del Governo dal partito di destra PiS. Ora che è al potere, l’ex opposizione si trova confrontata al difficile compito di mantenere la promessa senza violare il quadro legislativo, che però è proprio quello alterato dal PiS. Quanto sta avvenendo con riguardo al tentativo di rimuovere il Governatore della Banca nazionale (accusato di scelte partigiane a sostegno delle politiche del PiS) è esemplare. La vicenda è ricostruita dal sito tedesco Onvista (leggi), nonché da un dispaccio della Reuters (leggi).

 

Se al momento l’impegno bellico russo è concentrato alle frontiere occidentali della Federazione, Mosca non sta affatto trascurando altri scacchieri geopolitici e in particolare l’Africa. Senza timore di rievocare assonanze con l’Afrikakorps di Rommel, il Cremlino ha deciso di creare, sulle ceneri di quello che fu il Gruppo Wagner, un Afrikanskij korpus, un corpo armato continentale di circa 20000 soldati sotto il diretto controllo del Ministero della Difesa russo, come ha spiegato il sito Africa24.itleggi. L’obiettivo è assicurare una presenza diffusa in diversi paesi africani, anche se la Libia sembra godere di un’attenzione privilegiata. Come scrive il sito Med‑Or.org (della Fondazione Leonardo), “Instabilità, confini porosi e la posizione centrale del paese potrebbero garantire a Mosca un asset strategico per la sua penetrazione nel continente africano e un nuovo avamposto sul Mediterraneo” (leggi). Ma per la strategia (e le ambizioni) della Russia, la presenza militare è funzionale anche alla penetrazione economica, ricalcando un cammino già percorso dall’URSS, come illustra brillantemente un articolo di Le Grand Continentleggi.

 

È passato un anno da quando uno stremato Josep Borrell, alto rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, annunciò che dopo dodici ore di trattative Serbia e Kosovo avevano raggiunto un compromesso in merito all’attuazione dell’accordo in vista della normalizzazione dei rapporti bilaterali, concluso poche settimane prima a Bruxelles (le dichiarazioni di Borrell sono disponibili sul sito del Servizio esterno - EEASleggi). Se le Istituzioni europee giudicarono il compromesso un passo fondamentale nel riavvicinamento tra Belgrado e Pristina (e così commentò anche Aspenia Onlineleggi), altri osservatori non mancarono di sottolineare il rifiuto, in particolare da parte del Presidente serbo Vučić, di apporre la propria firma sui testi concordati, limitandosi ad un’approvazione orale (ne scrisse anche Geopolitica.infoleggi). Un anno dopo non sono molti i motivi per rallegrarsi. Un riepilogo di quanto accaduto negli ultimi dodici mesi nei rapporti serbo-kosovari, con la constatazione che la situazione è semmai peggiorata, è fornito da Euractiv.itleggi.

 

Il 12 marzo è stata presentata al Parlamento europeo una proposta di “Risoluzione comune su legami più stretti fra UE e Armenia […]” (leggi). Solo pochi giorni prima il Ministro degli esteri armeno aveva dichiarato che il suo paese potrebbe chiedere l’adesione all’UE (come riportato dal sito di Radio Free Europeleggi). In realtà la dichiarazione è stata formulata in modo circonvoluto (“di molte nuove opportunità si discute oggi e non tradisco un segreto se affermo che tra queste c’è anche un’idea che include l’adesione all’UE”), segno evidente della difficoltà di Yerevan di recidere i legami storici con Mosca. Nel 2013, l’Armenia aderì all’unione doganale promossa dal Cremlino (ne riferì l’agenzia Armenpressleggi), voltando le spalle a Bruxelles. Adesso che guarda ad ovest, il paese si trova a dover fare i conti con la presenza russa, come ha scritto giorni fa Politicoleggi). Eppure, l’ambiguità permane. Una notizia brevemente riportata da ShipMag ci informa che “l’Armenia progetta un porto secco a disposizione del mercato russo” (leggi).

 

Se c’è un paese in Europa che abbia registrato un’emigrazione maggiore di quella che svuotò le campagne italiane dopo l’Unità, questo è certamente l’Irlanda, dove il fenomeno aveva preso avvio già verso il 1830, con la grande carestia che colpì l’isola. In una succinta presentazione di quanto accaduto all’epoca, l’University College di Cork ricorda che circa il 50% dei nati in Irlanda nel XIX secolo è emigrato (leggi). Ma le partenze sono continuate anche in seguito. Forse perché la memoria collettiva è selettiva come quella individuale, anche in Irlanda come in Italia (e altrove) l’emigrazione è ricordata più come un’epopea che come un dramma sociale. Succede quindi quasi naturalmente che anche regioni che hanno visto partire milioni di persone, mal sopportino l’arrivo di nuovi immigrati. Da inizio anno la piccola città di Roscrea è sede di manifestazioni contrapposte di cittadini divisi sulla decisione delle autorità di riconvertire un albergo in centro di accoglienza per richiedenti asilo (ne scrisse fin dall’inizio l’Irish Timesleggi). Da destra, la contestazione delle scelte governative è particolarmente ferma (un esempio è nell’articolo di European Conservative intitolato “L’Irlanda brucia”: leggi). Ora del caso specifico e del fenomeno più in generale si è occupato anche il New York Timesleggi.