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Rassegna stampa di testate nazionali e internazionali a cura di Paolo Marino Gozzi - 01/02/2026

 

Attore ineludibile su vari scacchieri internazionali (dall’Egeo a Cipro, dal Mar Nero al Caucaso e al Medioriente, dal Mediterraneo orientale alla Libia), la Turchia guidata da Recep Tayyip Erdoğan e dal suo partito AKP appare come l’antesignana delle democrazie autoritarie, oggi sempre più diffuse. “Fino a Gezi Park (2013 - NdC) si può parlare di periodo riformista dell’AKP […] Nel secondo periodo dell’AKP c’è un cambio di passo verso l’autoritarismo competitivo” ha sottolineato Valentina Rita Scotti, autrice de La Turchia di Erdoğan, intervistata dall’Osservatorio Balcani-Caucaso (leggi).
A tale involuzione ha fatto riscontro una crescente presa di distanze da parte dell’Unione europea, che pure aveva concesso al paese lo status di candidato all’adesione fin dal 1989 (un quadro esaustivo dei rapporti UE-Turchia si trova sul sito della Commissioneleggi).

Nell’attuale fase di disordine mondiale tuttavia, con la ridefinizione di alleanze ed affinità, sembra che anche l’interlocuzione tra Bruxelles ed Ankara si stia evolvendo. Ecco quindi che “la scoperta di un giacimento [di terre rare] apre prospettive per una partnership strategica tra UE e Turchia, in un contesto internazionale in cui filiere e geopolitica sono sempre più intrecciati”, come recita il sottotitolo dell’articolo appena pubblicato dall’ISPI, di cui è co-autore il prof. Federico Donelli, membro del Direttivo di Dialoghi europei (leggi).
L’articolo ricorda che “l’UE è chiamata ad adattarsi a un contesto internazionale più competitivo senza rinunciare ai propri principi fondamentali. Ciò richiede di affiancare al tradizionale potere regolatorio una maggiore dose di pragmatismo strategico”.
Pragmatismo che – quand’anche sottotraccia – è pure già stato presente nell’azione esterna dell’Unione, come sostiene, con toni a volte polemici, un articolo di due autori turchi sul portale accademico DergiPark (leggi).
 
Parole chiave: Turchia; Terre rare; Pragmatismo UE
 
 
Nel discorso pronunciato da Ursula von der Leyen dinanzi al Parlamento europeo all’inizio del suo primo mandato (novembre 2019), uno dei cardini programmatici era rappresentato dal Green Deal, o patto verde europeo. Nelle parole della Presidente: “il Green Deal europeo è la nostra nuova strategia di crescita. Contribuirà a ridurre le emissioni e al tempo stesso creerà occupazione” (leggi sul sito della Commissione).
Il sostengo al Green Deal è stato ribadito anche all’inizio del secondo mandato, ma con un’enfasi molto attenuata (se ne fa menzione in un solo paragrafo nel discorso del novembre 2024: leggi sempre sul sito della Commissione).
Ha scritto Euobserver: “con una completa e preoccupante inversione di rotta, lo slogan del […] secondo mandato sembra essere la deregolamentazione, soprattutto per quanto riguarda la legislazione che fissa gli standard di tutela ambientale e dei diritti umani” (leggi).

Lo slittamento a destra del quadro politico europeo influenza evidentemente questo approccio (leggi su EUNews del voto congiunto di destre e PPE contro norme per il monitoraggio forestale). Carlo Fidanza, capo delegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo, ritiene ad esempio che sul Green Deal “il ripensamento in Europa è ancora troppo lento” (leggi su Gli Stati generali), e si allinea così alle posizioni di Donald Trump che al Palazzo di vetro ha scandito: “Il cambiamento climatico è la più grande truffa mai perpetrata”; “Le rinnovabili sono una buffonata, non funzionano”; “L’energia eolica è patetica, le pale eoliche arrugginiscono e marciscono” (come riportato dalla piattaforma renewablematter.eu – leggi).

Nel frattempo la Cina, pur con l’economia più energivora del pianeta, è anche la più impegnata nella transizione verde (leggi l’articolo sul sito del World Economic Forum).
Conseguenza diretta è l’enorme crescita del settore delle produzioni funzionali a tale transizione, che non solo alimentano il mercato nazionale ma hanno permesso a Pechino di acquisire un ruolo egemone nel mercato globale del solare e dell’eolico.
E l’Europa è già confrontata ai “rischi strategici di una dipendenza che non è più solo economica, ma anche geopolitica e di sicurezza” come ha scritto formiche.netleggi.
 
Parole chiave: Green Deal; Rinnovabili; Egemonia cinese
 

Nonostante i termini sovranismo e nazionalismo siano a volte usati come sinonimi, essi identificano in realtà due concetti distinti, come ben descrive un articolo de l’Avanti – leggi (“Il nazionalismo è una ideologia che, per affermarsi, ha sempre avuto bisogno di un nemico esterno; il sovranismo, invece, è un fenomeno più recente che ha bisogno di un nemico soprattutto interno”).
Fino a quando il sovranismo si limita ad identificare un ‘nemico interno’ nelle organizzazioni o istituzioni sovranazionali di cui un paese fa parte, il problema rimane contenuto entro i limiti di uno scontro ideologico (leggi quanto affermato da Matteo Salvini nel febbraio 2025 a Madrid, riferito da Comunicazione italiana: “Guardiamo Oltreoceano, agli USA, dove in pochi giorni Trump ha dimostrato che la rivoluzione del buon senso è possibile. Non è L’UE che legittima gli Stati ma gli Stati che legittimano l’Europa”).

Molto più pericolosa è la situazione quando subentra il nazionalismo e la ricerca di ‘nemici esterni’.
Ne è concreta dimostrazione l’aspro conflitto tra due politici di primissimo piano nella galassia populista, quali lo slovacco Robert Fico e l’ungherese Victor Orbán, al centro di una polemica che affonda le radici nel periodo postbellico e la pulizia etnica messa in atto dall’allora Cecoslovacchia: leggi il dettagliato articolo di Euractiv.it. Va sottolineato che Orbán è sempre stato molto attivo nel plasmare il suo nazionalismo anche mediante l’assertiva difesa delle minoranze ungheresi, del resto molto numerose (un’analisi esauriente anche se ormai un po’ datata è apparsa sulla rivista Eurasialeggi).
Proprio parlando alla minoranza magiara in Romania il 26 luglio 2014, lo stesso Orbán formulò compiutamente la sua teoria della democrazia illiberale (“il nuovo Stato che stiamo costruendo in Ungheria è uno Stato illiberale” – leggi sul sito istituzionale).

Parole chiave: Nazionalismo; Robert Fico; Viktor Orbán
 

Alla fine della seconda guerra mondiale, la divisione delle zone d’influenza definite a Jalta interessò fondamentalmente l’Europa.
L’Africa era ancora in gran parte sotto controllo coloniale europeo e solo con la decolonizzazione USA e URSS, nel pieno della guerra fredda, cercarono di attirare i nuovi Stati africani nella propria sfera d’interesse. (Lo stimolante articolo pubblicato sul sito di risorse didattiche OER Project ipotizza addirittura una sovrapposizione tra i due eventi: “Poiché la guerra fredda e la decolonizzazione si verificarono nello stesso periodo ed ebbero entrambe un impatto globale, ciascuna influenzò il modo in cui l’altra prese forma” – leggi.)

In tale contesto, la Francia riuscì con abilità diplomatica e oculate strategie economico-militari a mantenere sotto la propria influenza le ex colonie, in particolare quelle dell’Africa occidentale – illustra molto bene il fenomeno e la sua parabola un articolo sul sito dell’Institut Européen des Relations Internationalesleggi.
Ora, nel contesto di sfide e contrapposizioni geopolitiche globali, l’Africa continua ad essere oggetto di attenzione da parte di grandi (e meno grandi) potenze: leggi sul sito turco Politics Today.

Quanto alla Francia, dopo aver “ufficialmente ceduto al Senegal le ultime due basi militari ancora in suo possesso nel paese” ha messo “fine alla propria presenza militare permanente in Africa occidentale”, come ha sottolineato L’Indipendente – leggi.
Emmanuel Macron non sembra tuttavia rassegnato a perdere qualsiasi influenza in terra d’Africa: è “volontà di Parigi […] riorientare gli sforzi diplomatici dopo il ritiro forzato dal Sahel, nel tentativo di «guidare» le nuove dinamiche nel continente” (leggi su Nova News). Ed anche il Ciad ridiventa un interlocutore: leggi quanto scrive la BBC.
 

Parole chiave: Africa; Decolonizzazione; Francia
 
Nella storia moderna è accaduto più volte che ‘tecnici’ siano stati chiamati a svolgere ruoli eminentemente politici, generalmente per far fronte a situazioni di gravi crisi istituzionali.
È forse sorprendente (o forse no, in un mondo plasmato dall’ideologia capitalista) che spesso ad essere invocati come salvatori della Patria siano stati economisti e banchieri.

Nel pieno della crisi del debito di Atene ad esempio, il Governatore della Banca di Grecia Lucas Papademos fu nominato Capo del Governo (leggi una breve nota biografica sulla Treccani), mentre in Italia abbiamo avuto ben due governatori chiamati a dirigere il Paese nell’arco di pochi anni: Carlo Azeglio Ciampi (1993) e Mario Draghi (2021).

Quello che è interessante notare è come in questi casi il passaggio dal ruolo ‘tecnico’ a quello ‘politico’ sia stato la premessa di un’evoluzione verso un ruolo di ‘statista’, figura dotata di visione, responsabilità e senso storico: ne ha scritto diffusamente Domani il giorno successivo al conferimento dell’incarico a Draghi, sottolineando che quest’ultimo, proprio come Ciampi, faceva parte della “riserva della Repubblica” (leggi).

Analogo percorso è stato compiuto dall’attuale Primo ministro canadese Mark Carney, già Governatore sia della Banca centrale del suo paese (2008-2013), sia della Banca d’Inghilterra (2013-2020). Intervenendo al Forum economico di Davos il 20 gennaio di quest’anno, Carney ha pronunciato un discorso che già risuona come “storico”. La frase “se non siamo al tavolo, siamo nel menu” è destinata ad essere citata almeno quanto il “whatever it takes” di Mario Draghi: leggi il testo integrale del discorso di Carney sul Sole24Ore e leggi l’analisi del Guardian.
 
Parole chiave: Mark Carney; Davos; Discorso storico