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Rassegna stampa di testate nazionali e internazionali a cura di Paolo Marino Gozzi - 11/01/2026

 
Parafrasi di un popolarissimo slogan pubblicitario di qualche anno fa, il titolo della conferenza del prof. Gianfranco Pasquino “No party, no democracy” – che Dialoghi europei organizza lunedì 12 gennaio 2026, alle 17,30 – sfida i pregiudizi dei moderni populismi che additano i partiti politici come élite chiuse, più attente alla propria sopravvivenza e alle logiche di potere che ai bisogni reali dei cittadini.

Ciò non significa che il prof. Pasquino risparmi critiche alle forze politiche, delle quali anzi denuncia uno scadimento qualitativo, ma non rinuncia a sostenere che “La Costituzione ha disegnato una democrazia parlamentare fondata sui partiti che ha accompagnato la crescita politica ed economica dell’Italia”, come si può leggere nella presentazione del suo recente volume ‘In nome del popolo sovrano - Potere e ambiguità delle riforme in democrazia’ (EGEA, 2025).

Come ricorda la locandina della conferenza allegata a questa Rassegna stampa, il prof. Pasquino è stato docente presso varie prestigiose università, ma è anche un apprezzato divulgatore. Si ricorda in particolare un altro suo libro apparso nel 2025, ‘Parole della politica’ (il Mulino) che “offre definizioni etimologiche, storiche e derivanti dall’uso e abuso di alcune parole e di alcuni concetti che fanno parte del linguaggio contemporaneo della politica” (leggi sul sito dell’editore).
 
Parole chiave: Gianfranco Pasquino
Il primo numero del 2026 della rivista Foreign Affairs (leggi l’indice) ospita un lungo articolo dell’ex Presidente finlandese Alexander Stubb dal titolo “L’ultima occasione dell’Occidente – Come costruire un nuovo ordine globale prima che sia troppo tardi” (il testo integrale è stato riprodotto sul sito Reporterileggi).
Ricco di considerazioni avvedute e di intuizioni stimolanti (propone ad esempio un’interessante alternativa all’ormai quasi abusata contrapposizione tra nord e sud globali: “Si sta delineando una competizione triangolare tra […] il Global West, il Global East e il Global South. Scegliendo se rafforzare il sistema multilaterale oppure perseguire la multipolarità, il Sud globale deciderà se la geopolitica del futuro favorirà la cooperazione, la frammentazione o l’egemonia”), l’articolo porta la data del 5 dicembre 2025.
Appena un mese dopo esso appare brutalmente superato dal blitz statunitense in Venezuela. Dei tre possibili scenari futuri preconizzati da Stubb (la prosecuzione dell’attuale incertezza, una nuova forma di cooperazione tra Occidente, Oriente e Sud globale, oppure il collasso dell’ordine liberale), quest’ultimo rischia di essere ormai vincente.

In particolare va sottolineato come, nelle loro prime reazioni al sequestro di Maduro, i leader del Sud globale siano stati tutto sommato moderati, invocando al massimo il coinvolgimento delle Nazioni Unite, per di più in un momento di grande debolezza dell’Organizzazione: leggi il sunto delle principali dichiarazioni sul sito indiano The Wire. Ancora più prudente è stata la presa di posizione di Nuova Delhi: leggi da The Telegraph Online.
 
Parole chiave: Ordine globale; Global West; Global East; Global South
 

Le angosciose cronache di questo inizio 2026 hanno lasciato un po’ in ombra la notizia dell’adozione dell’euro da parte della Bulgaria. Con l’adesione di Sofia all’eurozona, diventano 358 milioni gli europei che utilizzano l’euro (leggi il dispaccio ANSA).
Tra la popolazione bulgara tuttavia non c’è grande entusiasmo per questo passaggio storico (leggi su Il Post), che conclude il percorso di integrazione europea iniziato con l’ingresso nell’UE nel 2007 e nella zona Schengen nel 2004 (leggi la pagina dedicata al paese sul sito ufficiale dell’Union europea).

A mettere in cattiva luce la moneta europea ha contribuito in modo significativo la disinformazione russa, quanto mai attiva in Bulgaria (ne ha scritto nell’aprile scorso Euronewsleggi). Questa intromissione di Mosca nella politica di uno Stato membro dell’Unione aveva probabilmente finalità propagandistiche di “disturbo” legate al conflitto in Ucraina, ma la scelta di usare l’euro come oggetto della polemica anti-UE si inserisce nel confronto in atto da alcuni anni sul ruolo delle principali monete internazionali.
Proprio nel 2025, la scelta di Donald Trump di usare quanto mai prima il dollaro come un’arma di politica economica (weaponization) ha spinto altri attori globali (soprattutto la Cina, ma non solo) ad accelerare le mosse per affrancare gli scambi internazionali dal predominio della valuta statunitense.

Come scrive un interessante articolo del sito China US Focus di Hong Kong: “Il ricorso a scelte finanziarie aggressive sta accelerando la frammentazione del sistema monetario globale. Quanto più SWIFT, il sistema di clearing del dollaro, e le sanzioni secondarie vengono utilizzati come armi geopolitiche, tanto più forte diventa l’incentivo per altri attori a costruire meccanismi per pagamenti in valuta locale, sistemi di compensazione basati su valute digitali e reti di pagamento regionali” (leggi).

Quanto all’euro, le scelte dell’Amministrazione americana stanno spingendo la moneta europea a consolidare ed espandere il proprio ruolo quale moneta di riserva: ne ha scritto mesi fa la Reuters (leggi).
L’ampiezza del terremoto che si sta preparando per una ridefinizione dell’ordine finanziario mondiale è illustrata da un lungo articolo apparso sul sito (di nicchia ma ben documentato) Ahead of the Herdleggi.

Parole chiave: Bulgaria; Euro; Dollaro; Ordine finanziario mondiale
 

L’inizio di un nuovo anno offre sempre alle donne e agli uomini di governo l’occasione per formulare messaggi ricchi di buoni propositi ed ottimismo. C’è molto ottimismo anche nelle parole usate dal vice Primo ministro montenegrino Aleksa Bečić che, nell’augurare buon anno ai suoi concittadini, ha affermato che il 2026 sarà “l’anno della chiusura di tutti i capitoli del negoziato [di adesione all’UE – NdC] e del completamento di un processo di portata storica per il futuro della società montenegrina” (come riferito da Vijestileggi).

Assieme all’Albania, il Montenegro è il paese dei Balcani occidentali più vicino al traguardo dell’ingresso nell’Unione europea, ma in realtà il livello di preparazione è ancora carente. Tale situazione è ben illustrata da un articolo di The New Union Post (leggi), che fornisce anche alcuni utili dati circa l’intero processo di allargamento dell’Unione.
Si può leggere nell’articolo che “Sebbene formalmente proeuropei, segmenti significativi della maggioranza al governo [a Podgorica] sono di fatto sempre più antioccidentali e prorussi […]. Allo stesso tempo, le narrative antiUE e antiNATO dei media sono diventate più visibili ed efficaci, contribuendo al calo del sostegno pubblico allintegrazione”.

Alla luce di questo contesto, si possono rivalutare alcune affermazioni della Commissaria all’allargamento Marta Kos pronunciate quasi un anno fa, con cui l’ex diplomatica slovena chiariva come in realtà i negoziati di adesione procedano lungo due direttrici parallele, ma ben distinte: una tecnica ed una politica.
Aveva affermato allora la Commissaria che “per quanto riguarda la parte tecnica, possiamo concludere con Montenegro e Albania entro la fine del 2026 o del 2027. Ma c’è anche una parte politica, il che significa che nessun passo importante può essere compiuto senza la volontà degli Stati membri”: leggi su Balkan Web.

Parole chiave: Montenegro; Adesione all’UE; Aspetti politici
 
L’allargamento figura anche nel programma della presidenza semestrale del Consiglio dell’UE che, dal 1° gennaio, è stata assunta da Cipro (il testo del programma può essere scaricato dal sito ufficiale: accedi).
Il tema dell’ampiamento dell’Unione non sembra tuttavia collocarsi tra le priorità fondamentali dell’agenda delle autorità cipriote, dove è piuttosto la parola autonomia ad essere declinata in tutte le sue valenze: leggi la presentazione fatta dal Presidente della Repubblica Nikos Christodoulides, sul medesimo sito. Ne ha scritto anche Il Foglio, sottolineando che “L’ambizioso programma ruota attorno al concetto di ‘autonomia’ dell’Unione, articolato sui pilastri della difesa, della competitività, della cooperazione internazionale, del bilancio e della tutela dei princìpi democratici” (leggi).

Tuttavia, come sottolinea un articolo di Politico.eu (leggi), assumere la presidenza del Consiglio dell’UE da parte di un paese piccolo e geograficamente remoto rappresenta una sfida di carattere anche amministrativo e logistico. Vista la posizione dell’isola, distante poche centinaia di chilometri dalle coste mediorientali e da quelle turche, ma migliaia di chilometri da Bruxelles e altre capitali europee, è comprensibile che l’attenzione di Nicosia sia orientata verso tematiche che tengono anche conto degli interessi nazionali.

Basta del resto leggere il preoccupato articolo del turco Daily Sabah, per percepire il rilievo che, a livello regionale, assume la presidenza cipriota dell’UE. Scrive tra l’atro Daily Sabah: “L’amministrazione greco-cipriota considera i preparativi per la presidenza di turno dell’UE non come una semplice responsabilità amministrativa, ma come un’opportunità strategica per rafforzare la propria posizione geopolitica nel Mediterraneo orientale […] e rimodellare a proprio favore il quadro internazionale della questione cipriota”. Specularmente, in un’intervista al Guardian, il Ministro degli esteri Constantinos Kombos ha dichiarato che Nicosia vuole mettere sul tavolo “anche le questioni relative all’intera regione del Medio Oriente, perché consideriamo Cipro parte integrante di tale regione” (leggi).
 
Parole chiave: Cipro; Presidenza Consiglio UE; Questione cipriota