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Rassegna stampa di testate nazionali e internazionali a cura di Paolo Marino Gozzi - 18/01/2026

 
Dopo che l’inizio del secondo mandato di Donald Trump era stato caratterizzato soprattutto dagli annunci – non di rado contradditori – relativi all’introduzione di dazi e di una nuova ed aggressiva politica commerciale americana, il 1° ottobre 2025 la Reuters ha pubblicato un articolo dal titolo eloquente: “Colpito dai dazi di Trump, il resto del mondo si affretta a stringere nuove alleanze commerciali” (leggi).

Mentre negli ultimi mesi la drammaticità degli eventi che hanno visto quale principale protagonista il Presidente americano ha quasi oscurato quanto avveniva in altri contesti, le diplomazie di molti paesi hanno continuato a lavorare per accelerare la conclusione di tali alleanze commerciali.
È il caso dell’accordo di libero scambio UE-Mercosur, ma anche di quello, non meno importante, UE-India. Illustra in modo dettagliato come quest’ultimo abbia non solo portata commerciale, ma anche geopolitica, una ricerca dell’International Institute for Strategic Studiesleggi.
Sottolinea tra l’altro l’analisi come “l’India ha a lungo considerato l’UE principalmente come una potenza economica e regolatoria, piuttosto che come un partner geopolitico. Tale percezione è via via cambiata dopo la reazione del blocco alla guerra in Ucraina […] Poiché il rapporto dell’India con gli Stati Uniti rimane complesso e imprevedibile – in particolare dopo che Washington ha aumentato le tariffe al 50% sulle merci indiane nell’agosto 2025 in risposta alle importazioni indiane di petrolio russo – Nuova Delhi ha guardato sempre più all’UE come a un partner stabilizzante”.

In considerazione del nuovo contesto così creatosi, alcuni leader europei stanno facendo pressione sulla Commissione affinché l’accordo di libero scambio venga rapidamente firmato (ne ha scritto Euractivleggi) ed effettivamente una spinta in tal senso potrebbe venire anche dal raffreddamento dei rapporti India-Stati Uniti e delle reciproche ripicche tra i due Presidenti (leggi quanto scritto dalla Reuters).
 
Parole chiave: Donal Trump; Dazi; Accordi di libero scambio; UE-India
Intervistato dal New York Post in merito al riconoscimento ufficiale del Somaliland da parte di Israele (primo riconoscimento internazionale della repubblica autoproclamatasi indipendente nel 1991), Donald Trump ha chiesto: “Qualcuno sa esattamente cos’è il Somaliland?” (riportato dal sito di RAINewsleggi).
Una rapida consultazione dell’Encyclopaedia Britannica lo avrebbe ragguagliato in proposito: leggi.

Se non con l’ausilio di un’enciclopedia, almeno con quello di un buon atlante e di qualche promemoria, i suoi consiglieri dovranno comunque ricordargli l’importanza che il Corno d’Africa riveste per gli Stati Uniti.
Ne ha scritto anche il centro studi specializzato Horn Review, riferendo in merito alla ristrutturazione del servizio diplomatico statunitense nella regione (leggi). La decisione di Tel Aviv di riconoscere formalmente il Somaliland suscita intanto preoccupazione e proteste da parte di “decine di paesi e organizzazioni, tra cui la Turchia, l’Arabia Saudita e l’Unione Africana”, come scritto da Al Jazeera (leggi).

La rete qatariota analizza in modo tutto sommato equilibrato la vicenda diplomatica, riportando anche il parere di un ex negoziatore israeliano secondo il quale “Se decidi di intraprendere qualcosa del genere, non puoi semplicemente fermarti [al riconoscimento]. Devi continuare a fare passi avanti: più aerei, più presenza, più iniziative. Una volta che ti sei impegnato in questo tipo di gioco, devi restare al tavolo”.
Questa opinione ha già trovato conferma nella visita compiuta a inizio anno dal Ministro degli esteri israeliano Gideon Sa’ar ad Hargeisa, capitale del Somaliland (leggi su Rivista Africa) e nelle dichiarazioni di un funzionario del paese africano, secondo il quale “i rapporti con Gerusalemme hanno portato a discussioni sulla possibile creazione di una base militare israeliana nel territorio [del Somaliland]”: leggi sul Times of Israel).
 
Parole chiave: Somaliland; Israele; Riconoscimento ufficiale
 

Al netto delle (a volte opposte) valutazioni mitizzanti che può esprimere chi ha vissuto in prima persona la temperie politica e sociale del 1968, resta il fatto che quell’anno ha simbolicamente segnato l’avvio di un ciclo storico di emancipazione individuale e di potenziamento dei diritti civili che si è dispiegato per il resto del XX secolo e in questo inizio di XXI. “I cambiamenti che il ’68 produsse nei diritti sociali, nella teoria sociale e nella pratica sociale non si arrestarono, ed ebbero effetti di vasta portata sulla modernizzazione della società italiana”, come afferma in un articolo pubblicato su sito accademico britannico History & Policy (leggi).

La crescita dirompente delle destre nelle società occidentali nel corso degli ultimi anni può essere vista come una reazione a tali cambiamenti, portatori di liberalismo culturale e promotori di nuovi diritti. I
l movimento trumpiano MAGA riassume in modo esemplare le caratteristiche di una tale destra ultra-conservatrice, propriamente “reazionaria” in quanto volta alla restaurazione di valori dell’ordine sociale tradizionale.
Secondo i risultati di un’interessante ricerca (del 2020) sugli attivisti MAGA pubblicata dalla Cambridge University Press, “i sostenitori di Trump non sono semplicemente elettori che seguono le proprie preferenze politiche o gli appelli a favore di guerre culturali, ma sono anche adepti di un movimento sociale di base organizzato attorno alla percezione condivisa di onore perduto, prestigio in declino e mancanza di rispetto da parte delle istituzioni” (leggi nell’abstract).

In questa fase di anelito restauratore tuttavia, sembra rivivano alcune dinamiche del Congresso di Vienna (1815), dove la spinta verso il ritorno dell’ancien régime fu in realtà interpretata molto diversamente dai paesi rappresentati al tavolo negoziale (come si legge in un articolo sul sito dell’Università di Richmond, “gli Alleati non costituivano un blocco monolitico, portatore delle medesime convinzioni. La Gran Bretagna, nazione insulare con una tradizione parlamentare e una storia costituzionale, era restia a vedere in ogni rivoluzione una riedizione della Rivoluzione francese, come invece facevano le potenze continentali”), preludio di un esito globale che non annullò le conquiste dell’illuminismo (leggi sul sito Nepoleon.org).

Similmente oggi le posizioni di Europa e Stati Uniti in merito al destino dello stato di diritto e del diritto internazionale sono assai divergenti (leggi su Politico.eu), ma probabilmente le conquiste libertarie degli ultimi 60 anni non saranno cancellate. Come conclude una dissertazione pubblicata (2020) sul Journal of Democracy: “la capacità delle società liberali di autocritica e di riforma pacifica è una fonte di forza perenne. Nonostante le difficoltà attuali, le prospettive per la democrazia liberale non sono così fosche come le attuali circostanze potrebbero far pensare” (leggi).

Parole chiave: Diritti individuali; Destra reazionaria; Democrazia liberale
 

Puntuali come gli scambi di auguri, sui media appaiono, ad ogni cambio di anno, le previsioni, le raccomandazioni e gli ammonimenti circa gli eventi che si immagina caratterizzeranno i dodici mesi seguenti.
Non è sfuggito alla tradizione nemmeno il passaggio dal 2025 al 2026, anche se in genere la fluidità e le incertezze del momento storico hanno limitato l’assertività dei commentatori: si veda per esempio quanto scritto dall’ANSA (leggi), dal Guardian (leggi) o dal sito economico tedesco Makronom (leggi; quest’ultimo con un interessante accenno al cosiddetto “28° regime”, in merito al quale alcune letture sono proposte qui sotto).

La fragilità della situazione globale e la difficoltà per le Istituzioni comunitarie di formulare programmi che abbiano una qualche probabilità di essere realizzati è suggerito da un passaggio dell’articolo del magazine Treccani intitolato “Le sfide per l’UE del 2026”: “Ursula von der Leyen dovrà guardarsi dalle più classiche insidie parlamentari: ormai ogni sessione di Strasburgo viene aperta da una proposta di mozione di sfiducia nei confronti della Commissione europea. Per ora i proponenti rimangono confinati alle ali estreme dell’emiciclo ma non è escluso che, nei prossimi mesi, gli scontenti possano aumentare” (leggi).

Il pericolo vero è che la combinata incidenza di difficoltà interne e pressioni esterne portino l’Unione europea ad un’instabilità continua, come indica un articolo di Euractiv.it che si concentra in particolare non tanto sugli Stati membri, bensì su quei paesi terzi (Kosovo, Georgia e Moldova) per i quali una strategia di adesione andrebbe urgentemente definita: leggi.

Parole chiave: Previsioni 2026; Instabilità UE

 
 

 
Secondo una scheda informativa del Parlamento europeo del dicembre 2025, entro il primo trimestre del 2026 la Commissione dovrebbe presentare una proposta legislativa concernente il ricorso al “28° regime per le aziende innovative” (leggi).
La scheda ricorda che “Sebbene il concetto di un ‘28° regime’ non sia nuovo, è nel rapporto di Enrico Letta del 2024 che esso ha assunto il rilievo di una raccomandazione fondamentale per rafforzare il mercato unico e rimuovere le barriere interne”. (Il testo integrale del Rapporto Letta è disponibile sul sito del Consiglioleggi).

In pratica, il ‘28° regime’ si configurerebbe come un insieme unico di regole giuridiche che le imprese potrebbero adottare al posto delle normative nazionali. Servirebbe a semplificare l’attività delle aziende che operano in più paesi UE, riducendo burocrazia e costi. Ha spiegato in termini estremamente chiari questa opzione lo stesso Enrico Letta in un articolo del Corriere della Seraleggi.
La succitata scheda informativa del PE riassume anche le posizioni assunte in merito da alcune organizzazioni datoriali ed associazioni professionali, nonché dalla Confederazione europea dei sindacati.

Ai giudizi generalmente positivi delle prime si contrappone la valutazione assai più cauta, se non proprio negativa, di quest’ultima (leggi).
Per chi volesse approfondire il tema, si segnala lo studio preparato per il Comitato economico e sociale europeo da Ecorys e dal Centre for European Policy Studiesleggi.
 
Parole chiave: 28° regime; Rapporto Letta