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Rassegna stampa di testate nazionali e internazionali a cura di Paolo Marino Gozzi - 25/01/2026

La politica di russificazione dei territori controllati è stata una caratteristica dell’impero zarista prima e di quello sovietico poi, in particolare nel periodo staliniano (leggi la dettagliata ricerca pubblicata da Mondo Internazionale).

Vladimir Putin ha ulteriormente sviluppato questo approccio, promuovendo a sua volta l’apprendimento e l’uso della lingua russa (persino in contesti estremi, come quello della Repubblica Centrafricana – ibidem) ma anche e soprattutto ergendosi a paladino della difesa dei russofoni: “ha giustificato l’invasione dell’Ucraina con l’obbligo morale di proteggere le popolazioni russe e russofone della regione orientale del Donbass, a suo dire vittime di «genocidio»”, secondo le parole (leggi) di una nota politica della Luiss.

La situazione è fonte di specifica preoccupazione soprattutto nelle Repubbliche baltiche, dove sono presenti minoranze russe assai consistenti (25-30% della popolazione totale in Estonia e Lettonia). Va detto che negli anni le politiche in materia adottate da tali paesi sono state improntate non all’inclusione, bensì all’esclusione dal consesso civile nazionale.

Le conseguenze, in particolare in Lettonia, già apparivano serie una quindicina di anni fa (leggi un articolo del Manifesto del 2009), ma si sono aggravate dopo l’aggressione russa all’Ucraina. Anche il Consiglio d’Europa ha più volte stigmatizzato le discriminazioni nei confronti della popolazione russofona – leggi dal sito del CoE la severa disamina della situazione lettone. Ora un passo ulteriore è stato compiuto con la chiusura, il 31 dicembre 2025, della radio LR4, emittente pubblica lettone in lingua russa. Vi ha dedicato un articolo, nel quale si evidenziano tra l’altro le ricadute negative della decisione governativa, l’Economist (il testo è stato ripreso sul sito inbox.lvleggi).
Interessante contrappunto a questa visione è la posizione sostenuta da uno scrittore lettone, il cui intervento è stato proposto da Il Postleggi.
 
Parole chiave: Russofoni; Paesi baltici; Tutela delle minoranze
La presa del potere da parte dell’ayatollah Khomeini in Iran nel 1979 ha disegnato un reticolo di rapporti di forza in Medioriente che, nonostante guerre, rivoluzioni e rivolte si è mantenuto fondamentalmente inalterato fino all’attacco di Hamas ad Israele del 7 ottobre 2023 (leggi in proposito la ricerca pubblicata dall’Asian Review of Political Economy, nell’interessante prospettiva di un autore curdo, Associate Professor presso la cinese Shaanxi Normal University).
Tra gli stravolgimenti in atto nella regione proprio per il venir meno di un quadro di riferimento sufficientemente stabile, la caduta del regime di Assad in Siria ha avuto ripercussioni anche per l’Iran che ha perso un alleato chiave.

Come ha scritto il centro di ricerca dell’Università della Pennsylvania Perry World House, “dagli anni ’80, la Siria è stato l’unico Stato alleato dell’Iran, con un ruolo cruciale per l’influenza della Repubblica islamica in Libano e per l’ascesa di Hezbollah. Ma il crollo improvviso del regime di Bashar alAssad, sostituito da un governo islamista sunnita allineato alla Turchia, pone a Teheran sfide logistiche e strategiche”: leggi.

Seppure con l’abituale prudenza (e forse con qualche ritardo), le Istituzioni europee hanno in questo caso mandato un importante segnale di attenzione alla nuova Siria di Ahmed Al-Sharaa, con la visita di Ursula von der Leyen e António Costa a Damasco: leggi il comunicato stampa della Commissione in proposito.
Se i toni positivi primeggiano naturalmente nelle dichiarazioni di Bruxelles, non mancano i commenti molto meno ottimistici: leggi ad esempio quanto scritto da Domani.
 
Parole chiave: Medioriente; Iran; Siria
 

Il 2027 è visto come un anno elettorale cruciale per l’Europa: “in Italia scadrà il mandato della presidente del Consiglio Giorgia Meloni; in Francia il presidente Emmanuel Macron dovrà lasciare il Palazzo dell’Eliseo dopo due mandati; e in Spagna terminerà il secondo mandato del presidente del Consiglio Pedro Sánchez. In Germania […] dovrà essere eletto un nuovo Bundespräsident (presidente della Repubblica federale). Anche i polacchi andranno alle urne per eleggere le due camere (Sejm e Senato)” (leggi su EUNews).

Ma già nel 2026 elezioni legislative sono previste in vari Stati membri dell’Unione europea: Cipro, Lettonia, Repubblica ceca, Slovenia, Svezia ed Ungheria (leggi su Euronews).

È indubbio che per il momento l’attenzione è soprattutto rivolta a Budapest, dove forse per la prima volta appare incerto il predominio del partito Fidesz di Viktor Orbán, il più controverso dei leader europei, “ideologo” della democrazia illiberale. (Un simposio dal titolo “Make Illiberalism Great Again – How the Orbán Government is Forging Transnational Alliances” sarà organizzato dalla Südosteuropa-Gesellschaft nel prossimo febbraio – leggi la presentazione sul sito.)

Stando ai sondaggi, per il momento Fidesz (Unione Civica Ungherese) si trova distanziato di oltre dieci punti percentuali da Tisza (Partito del Rispetto e della Libertà), la compagine capeggiata da Péter Magyar, ex stretto collaboratore di Viktor Orbán. T
raccia un breve profilo di Magyar un articolo dell’EuroFocus di ADNKronosleggi.
Un’analisi più strutturata della situazione a circa tre mesi dalla data delle elezioni (12 aprile) è proposta da Politico.euleggi.

Parole chiave: Scadenze elettorali; Europa; Ungheria
 

Sei mesi dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca per il suo secondo mandato, i rapporti tra Stati Uniti ed Europa erano già segnati da screzi, incomprensioni, incrinature e distinguo.
Secondo un ‘alto funzionario europeo’ citato da Il mattinale europeo del 27 giugno 2025 “Trump «ha rotto alcuni principi tradizionali costitutivi della nostra alleanza»” (leggi).

Al momento, qualcuno avrà forse giudicato drastiche tali parole, pronunciate nei confronti dell’alleato storico dell’UE; ma sta di fatto che nei sei mesi successivi la situazione è precipitata fino a quello che sembra un punto di rottura (e di non ritorno) nei rapporti transatlantici.
Nel frattempo tuttavia la protervia statunitense e la ricerca di un appeasement da parte europea ha portato a situazioni dalle conseguenze potenzialmente assai gravi.
Nel caso specifico del settore dell’approvvigionamento energetico i pericoli sono già evidenti. Come ricorda il sito QualEnergia.it, “nel luglio 2025 […] nell’ambito di un compromesso per ridurre le tensioni commerciali e abbassare i dazi Usa al 15%, l’Ue ha accettato di aumentare in modo massiccio le importazioni di energia statunitense – Gnl, petrolio e combustibili nucleari – fino a un valore indicativo di 750 miliardi di dollari entro il 2028”. L’articolo prosegue con un’analisi (preoccupante) dei flussi di prodotti energetici e conclude segnalando che “il rischio […] è che l’Europa ripeta con gli Stati Uniti lo schema già sperimentato con la Russia: affidare la propria sicurezza energetica a un fornitore dominante, salvo poi scoprire che l’energia può diventare uno strumento di pressione geopolitica”. (leggi).

Quanto all’Italia, Giorgia Meloni aveva scelto di spingersi addirittura oltre, siglando bilateralmente un accordo con gli USA per l’acquisto di gas naturale liquefatto: leggi un commento su EnergiaOltre.it e leggi le considerazioni espresse da Geopolitica.info che scrive “per l’Italia, [la] dipendenza da Washington garantisce una riduzione del rischio russo, ma espone a nuove vulnerabilità legate alle logiche commerciali e politiche statunitensi”.
 

Parole chiave; Dipendenza energetica; Gas naturale liquefatto - GNL
 
Il meme con la carta geografica del mondo sulla quale sono tracciate, col pennarello rosso e grafia infantile, alcune righe che delimitano tre macroregioni planetarie con sopra indicati due nomi e un pronome personale (‘Putin’, ‘Xi’ e “Me’, cioè ‘Io’, vale a dire Trump) è circolato diffusamente nelle ultime settimane (vedilo a corredo di un articolo del Kyiv Post).

Secondo il vocabolario Treccani, i meme sono “contenuti virali in grado di monopolizzare l’attenzione degli utenti sul web” (leggi), e di certo quello in questione corrisponde a questa definizione. Come indica esplicitamente un articolo (di cui solo l’incipit è liberamente fruibile) del periodico austriaco liberal-progressista Falter, “il problema è che [il meme] contiene più di un semplice fondo di verità. Perché l’idea di spartire il mondo in questo modo esiste davvero. E non circola solo alla Casa Bianca, ma anche al Cremlino e a Zhongnanhai, la sede del regime cinese a Pechino”.

D’altronde, Xi Jinping aveva cercato già l’anno scorso di organizzare un vertice con Putin e Trump che si configurasse, secondo un articolo del Times commentato su Formiche.net (leggi), come “una nuova Yalta fra le superpotenze nucleari”. T

ali considerazioni son parse riflettersi nelle reazioni alquanto moderate con le quali Russia e Cina hanno reagito al ‘rapimento’ di Maduro da Caracas. Mosca “si muove con cautela dopo la destituzione dell’alleato”, ha scritto la CNBC (leggi), mentre secondo il sito China Files “come sempre (e come già sulla guerra in Ucraina) Pechino cercherà innanzitutto di tutelare i suoi interessi” (leggi).
 
Parole chiave: Trump; Putin; Xi Jinping; Nuova Jalta